Foto: Reuters
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La visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu arriva in un momento particolarmente critico, con la Corte Penale Internazionale che spinge per il suo arresto e la comunità internazionale divisa sulla guerra in corso fra Israele e Hamas. Secondo Gergely Gulyás, capo di gabinetto del premier Viktor Orbán, la Corte "ha smesso di essere un organismo giuridico imparziale e si è trasformata in uno strumento di pressione politica".

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Il riferimento è alla decisione della CPI dello scorso novembre di emettere mandati di arresto per Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa israeliano Joav Galant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel conflitto con Hamas. Tuttavia, la Corte Penale Internazionale ha immediatamente ricordato a Budapest che, in quanto firmataria dello Statuto di Roma, l’Ungheria è legalmente obbligata a collaborare con il tribunale dell’Aia. Il governo ungherese sostiene però di non essere vincolato all’esecuzione del mandato d’arresto, poiché, sebbene lo Statuto di Roma sia stato firmato e ratificato, non è mai stato integrato nella legislazione nazionale. L’uscita dell’Ungheria dalla CPI rappresenterebbe un caso unico tra gli Stati membri dell’UE, sollevando serie preoccupazioni sulle implicazioni diplomatiche con Bruxelles. Secondo Radio Free Europe, questa mossa potrebbe ulteriormente isolare il governo di Orbán all’interno dell’Unione Europea, già critica nei confronti della sua politica sui diritti umani e sullo stato di diritto.
M.N.