
Non bisogna far finta di niente di fronte all'arretramento dei diritti umani e alla restrizione di libertà fondamentali nei paesi democratici. Per questo esprimiamo solidarietà ai membri della comunità LGBTIQ+ ungheresi, cui diamo appuntamento per la marcia dell'orgoglio del 28 giugno a Budapest. Hanno parlato così gli attivisti riuniti questa mattina davanti alla rappresentanza diplomatica ungherese a Lubiana. Non solo solidarietà, ma anche una presenza per sottolineare che libertà di espressione, di riunione e di associazione sono diritti umani fondamentali e inataccabili. Per questo non bisogna girarsi dall'altra parte al cospetto di quanto accade in Ungheria, dove una nuova legge introduce il reato di organizzazione e partecipazione a eventi che violino la "legge sulla protezione dei minori", che a sua volta vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto, nei media e nelle scuole, che ritragga o promuova l'omosessualità o il cambio di sesso, sanzionando inoltre organizzatori e partecipanti alle marce dell'orgoglio. Il riferimento degli attivisti però non è stato solo al governo di Orbàn, criticato pure per l'invito amichevole al premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma anche a paesi come Georgia, Turchia, Azerbaigian, Romania e Bulgaria. Senza dimenticare i pericoli e le difficoltà per la comunità arcobaleno in Slovenia, dove il Partito democratico sloveno non solo utilizza un linguaggio d'odio, ma vuole introdurre divieti e restrizioni simili a quanto già adottato in Ungheria. In una democrazia sana non si può criminalizzare la libertà di espressione, soprattutto se pacifica. Per questo, ha ribadito uno dei relatori citando il teologo tedesco e oppositore del nazismo Martin Niemöller, è ora di difendere i diritti di tutte le minoranze, prima di scoprire di essere rimasti da soli.
Valerio Fabbri








